L’evoluzione della demografia del Paese e di conseguenza del quadro epidemiologico generale pongono al nostro Sistema Sanitario Nazionale problemi di non facile soluzione. I numeri sono impietosi. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT, marzo 2026, già oggi gli over 65 sono il 25,1 per cento della popolazione. Diventeranno il 30 per cento entro il 2030. In Europa siamo il Paese con il più alto numero di anziani e il più basso numero di giovani. Siamo anche il Paese con una delle più alte speranze di vita a livello mondiale, circa 84 anni. In base alle statistiche però la vita “in buona salute” si ferma a 58 anni. “Questo implica – ha puntualizzato il Prof. Brusaferro, ordinario di Igiene e Medicina preventiva all’università di Udine – oltre 25 anni trascorsi convivendo con malattie croniche o disabilità”. Se invece che al 2030 facciamo una proiezione al 2050 la situazione peggiora sensibilmente perché a fronte di un progressivo aumento della popolazione ultra ottantenne, e anche ultra centenaria, registriamo inevitabilmente un sensibile aumento delle disabilità e della diffusione di patologie degenerative come la demenza e l’ Alzheimer.
Oggi una quota rilevante della domanda di assistenza che viene dalla parte anziana della popolazione affetta da disabilità e/o malattie croniche è assicurata da un esercito, la stima è di 7 milioni, di caregiver familiari che, con l’aiuto o meno di una badante, evita di sovraccaricare il SSN. Ma anche questa peculiarità italiana, dove il senso della famiglia è ancora molto radicato, sta venendo meno. Le famiglie, come le case, i due fenomeni si alimentano a vicenda, sono sempre più piccole, i giovani diventano indipendenti sempre più presto, spesso trovano lavoro lontano da casa, la persona anziana in molti casi vive da sola. Anche qui la tendenza è in crescita esponenziale. Nel 2040 gli anziani che vivranno soli sono stimati in 6,2 milioni.
In un articolo apparso il 24 giugno sul sito on line del Corriere della Sera, titolo emblematico “Sanità pubblica per tutti, ormai solo un illusione”, l’ex direttore del quotidiano Ferruccio De Bortoli scrive: “ Come dice Elio Borgonovi bisogna avere il coraggio di avviare un dibattito serio sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale (Ssn) che, in una società che invecchia e non cresce, non può coprire tutto. Se non lo si fa è perché c’è un timore latente di essere accusati di favorire i privati. Ma se si rimuove il problema, come sta avvenendo, si lascia colpevolmente ancora più spazio all’iniziativa privata che sfrutta – a volte disinvoltamente – l’equivoco di una sanità pubblica apparentemente universale ma che nei fatti soddisfa solo una parte dei bisogni. Oggi il Ssn copre appena il 49 per cento delle visite ambulatoriali, il 65 per cento della diagnostica ambulatoriale e della spesa farmaceutica, il 30 per cento delle cure ai pazienti psichiatrici, il 30 per cento dell’assistenza a bambini disabili. Se si continua a promettere ciò che non si può mantenere si aggravano le disuguaglianze attraverso un «razionamento implicito» dei servizi, che favorisce i soggetti socialmente più forti e competenti nel navigare le contraddizioni del Ssn.”
A fronte di questo stato di cose ci sono alcune soluzioni possibili.
La più invocata, soprattutto dalle parti politiche che si trovano in quel momento all’opposizione (e non c’è nessuna differenza fra destra e sinistra) è quella di stanziare più risorse per far fronte ai nuovi bisogni. Sembrerebbe la cosa più facile ma in effetti non è così, visto che il livello del nostro debito pubblico non permette ulteriori incrementi. Non si può nemmeno stornare risorse consistenti da altri settori in considerazione del fatto che anche altri comparti, come salvaguardia del territorio, istruzione o difesa, avrebbero bisogno di incrementi di spesa né si può aumentare la pressione fiscale, anche nell’ipotesi di una patrimoniale una tantum, visti sia l’attuale incidenza della tassazione già molto alta che i risvolti psicologici, con gli inevitabili contraccolpi, di una simile scelta. C’è poi da considerare che lo stanziamento aggiuntivo dovrebbe essere enorme, anche se ovviamente più soldi contribuirebbero ad alleviare almeno in parte qualche problema. Attualmente in Italia la spesa per la sanità è di circa 180 miliardi all’anno. 140 vengono dallo Stato, 40 direttamente dai privati. Per dare una risposta a tutto servirebbero altri 70 miliardi. Una cifra impensabile, nell’attuale stato del debito pubblico.
La seconda soluzione è quella di non fare niente e di assistere impotenti alla progressiva privatizzazione del sistema e/o al progressivo taglio dei servizi. Ma questo va contro ogni principio di civile convivenza e di tutte le scelte fatte nel corso degli ultimi 50 anni. Una soluzione questa che non è sostenuta praticamente da nessuna forza politica ma che, in assenza di forti correttivi, si imporrà da sola anche perché su un sistema che già oggi non è più sostenibile si stanno scaricando le sentenze di molti tribunali e della stessa Cassazione. Secondo l’ultima giurisprudenza le persone affette da malattie croniche degenerative, tipo l’Alzheimer, hanno diritto alla totale gratuità del ricovero in RSA. La componente alberghiera, oggi pagata direttamente dai familiari, deve comunque essere a carico dello Stato visto che è del tutto strumentale al programma terapeutico.
Resta la terza soluzione, la più difficile. Riformare la riforma del 1978 e allo stesso tempo rivedere anche la competenza concorrente delle Regioni in materia sanitaria, una scelta che ha dato un peso eccessivo a scelte locali, inevitabilmente influenzate dalla politica. Non si tratta, per quest’ultimo aspetto, di rinazionalizzare la sanità ma, come ha detto recentemente Milena Vainieri, direttrice del laboratorio di Management e Sanità della Scuola Superiore S. Anna di Pisa “Il top management della Sanità deve assolutamente diventare un corpo professionale selezionato a livello nazionale, fuori da logiche troppo locali, diffondendo le migliori pratiche e incentivando i più capaci a spendere qualche stagione nei contesti più difficili e problematici”.
Cambiare la riforma del ’78 non vuol dire snaturarla per favorire il privato, come paventano in molti, significa solo adeguarla ad una realtà sociale che in 50 anni è profondamente cambiata. Allora avevamo un paese giovane, in crescita, al quale bisognava assicurare risposte adeguate per la fase acuta delle malattie, oggi abbiamo un paese vecchio, dove il focus emergenziale è rappresentato da lungodegenza e disabilità. Accanto alle vecchie servono allora nuove risposte, anche sul piano organizzativo
Su questo terreno fra l’altro c’è la grande opportunità offerta dal Terzo Settore, In Italia ci sono circa 50mila Enti del Terzo Settore, con 500mila dipendenti, che operano nei campi dell’assistenza sociale e della sanità. Possono essere, per il SSN, una grande opportunità per continuare ad erogare i servizi esistenti e per ampliarne la gamma. Gli ETS non sono più bravi o più dotati di risorse rispetto al settore pubblico ma sono più duttili, meno burocratizzati, capaci di drenare finanziamenti privati dal territorio. Non a caso la legge di settore del 2017 ha previsto l’istituzione della co-programmazione e co-progettazione. Due strumenti che possono permettere agli ETS, sempre sotto la regia, la programmazione e il controllo della parte pubblica, di erogare servizi sociali e sanitari. Serve solo la volontà politica da parte del decisore pubblico. Serve la reale volontà di cambiare, di mettersi in gioco, di fare squadra. E serve soprattutto la forza di superare i tanti veti incrociati che subito scattano quando viene avanzata una qualsiasi proposta di cambiare qualcosa (“il diritto alla continuità delle abitudini pesa più del diritto alla continuità delle cure – come ha scritto recentemente il Prof. Sergio Harari dell’Università di Milano).
Ma oggi per il SSN quella del cambiamento non è un’opzione, è una necessità.


Il premio “Siebaneck” al progetto che porta l’opera in Rsa