Uno degli ultimi rapporti Istat segnala che nel 2024 ben 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi. Certo, le motivazioni possono essere molteplici ma, sostanzialmente, quasi il 10 per cento della popolazione è rimasta priva di un sostegno di fronte alla propria malattia. Sicuramente la gran parte sono persone fragili che difficilmente possono far ricorso a strade alternative. Le lunghe liste di attesa per ottenere una prestazione, le scarse disponibilità economiche, la mancanza di informazioni adeguate, la scarsa attitudine all’uso dei nuovi strumenti di comunicazione, sono tutti fattori che impediscono a questa moltitudine di persone di essere prese in carico dal Servizio Sanitario Nazionale.
Allora sorge subito una domanda. Un sistema che lascia per strada una consistente parte della propria comunità può ancora definirsi come universalistico? La grande riforma del 1978 aveva tra i suoi obiettivi quello di affermare in concreto il principio di uguaglianza di fronte alla malattia così come sancito dall’art. 32 della nostra Carta Costituzionale. Se ripercorriamo la storia di quegli anni approfondendo il ricco dibattito che la accompagnò, viene avanti in tutta evidenza come alla base dell’idea di realizzare un nuovo Servizio Sanitario ci fosse la condivisione di un modello di società che contrasta le disuguaglianze, mette al centro i valori della solidarietà, si assume la responsabilità di salvaguardare insieme alla salute anche la dignità delle persone. Questi stessi principi ispiratori mantengono tuttora la loro forte potenzialità; anzi, per come vanno le cose in giro per il mondo, dobbiamo impegnarci a mantenerli ben saldi e al centro delle nostre scelte.
Proprio per questo bisogna cercare di innovare il sistema con il quale la nostra sanità si è radicata ed è diventata, a giusta ragione, un modello di riferimento a livello internazionale. Innovare significa cambiare tenendo conto delle mutazioni intervenute negli ultimi (quasi) 50 anni. Un periodo di tempo abbastanza lungo nel quale sono intervenute trasformazioni significative che hanno modificato i riferimenti tenuti presenti dai decisori politici dell’epoca. Innovare senz’altro ma nello stesso tempo sostenere finanziariamente in modo adeguato il sistema. È innegabile che il Fondo sanitario è sottofinanziato, e non solo negli ultimi anni. Il nostro rapporto tra spesa sanitaria e Pil è uno dei più bassi tra i Paesi dell’UE; lo stesso dicasi per la spesa pro capite. L’indebitamento di alcune Regioni è sotto gli occhi di tutti e le previsioni per i prossimi anni, con questi modesti livelli di crescita economica , non sono affatto rosee. L’enorme debito pubblico lascia poco spazio a scelte espansionistiche anche nel campo socio-sanitario. Un discorso a parte, però, merita l’individuazione delle priorità sulle quali destinare gli incrementi della spesa. Forse sarebbe saggio cercare di far convergere gli sforzi finanziari, sia nazionali che a livello dell’Unione Europea, sul rafforzamento dei sistemi di protezione sociale che da sempre hanno caratterizzato il Welfare State del vecchio continente anziché sostenere scelte di politica industriale che hanno poco da spartire con una visione del mondo equilibrata, sostenibile socialmente e ambientalmente nonché fondata sul multilateralismo e la cooperazione internazionale.
È fondamentale aumentare le risorse a disposizione della spesa sanitaria, ma non è sufficiente. I problemi che oggi registriamo nel funzionamento del Servizio Sanitario, certo dipendono dalla scarsità di risorse finanziarie che lo sorreggono, ma è altrettanto innegabile che le disfunzioni più di una volta denunciate sono anche il frutto di mancate scelte. Il nostro sistema sanitario pubblico teniamocelo ben stretto ma riconosciamo che presenta qualche falla. Il già citato problema delle infinite liste d’attesa, l’ingolfamento ed il caos nelle prime strutture di emergenza che provocano stress e conseguente uscita degli operatori dai Pronto Soccorso, l’insufficienza dei servizi territoriali e domiciliari, la carenza di strutture per cure intermedie. La stessa difficoltà a reperire risorse umane in grado di rispondere al crescente numero di bisogni espressi chiama in causa l’organizzazione dei percorsi formativi e delle scuole di specializzazione; problematiche complesse che hanno necessità di una programmazione lungimirante e non di frettolose decisioni assunte in modo propagandistico. L’unica cosa che la politica non può fare è ignorare la gravità della situazione: se non si interviene in tempi rapidi ed in modo determinato si rischia, di fatto, un progressivo restringimento dell’intervento pubblico a tutto vantaggio di disinvolte manovre privatistiche. Sicuramente si possono scegliere diverse strade ma tutte devono tener conto dei profondi cambiamenti intervenuti in questo ultimo mezzo secolo. Prima di tutto la modificazione del tessuto sociale. La struttura demografica si è modificata in modo significativo, e questo è un gran bel risultato dovuto ai progressi scientifici e sociali. Si vive di più ma ciò non vuol dire che tutti viviamo meglio, E pur vivendo più a lungo sta diminuendo il periodo nel quale godiamo buona salute. Crescono le malattie, gli stati invalidanti ed il bisogno di cure, Questo comporta una serie di conseguenze non conosciute fino a qualche decennio fa e questo fenomeno in espansione ci vede oggi in larga parte impreparati a fornire risposte adeguate, che non sono tutte di tipo sanitario.
C’è un altro elemento da tenere presente nella individuazione delle priorità per un’ azione riformatrice, ed è quello della prevenzione, oggi molto al margine del dibattito pubblico e delle scelte concrete. Pensiamo solo agli infortuni sul lavoro di cui se ne parla solo in concomitanza di qualche vera e propria strage. Oltre all’inaccettabile perdita di vite umane (oltre mille ogni anno) siamo in presenza (dati Inail del 2025) di oltre mezzo milione di infortuni, molti dei quali lasciano postumi invalidanti, anche gravi, che hanno bisogno di cure e pratiche riabilitative anche per periodi molto lunghi. Per non parlare dell’allarmante fenomeno dei disturbi alimentari tra gli adolescenti. Secondo alcune ricerche sarebbe sufficiente un’alimentazione corretta per evitare il 50% delle malattie che si svilupperanno precocemente nel corso della vita. Senz’altro ci sono altri fenomeni degni di attenzione nel campo della prevenzione, l’importante è convincerci tutti che le risorse investite in questo ambito rappresentano un investimento strategico fondamentale e non un capitolo di spesa, molte volte residuale.
Oggi occorre un salto di qualità che superi un inconcludente scontro dal vago sapore propagandistico. Si tratta di aprire una riflessione sul significato di Sanità pubblica a cui oggi concorrono, nella fase gestionale, più componenti, più soggetti che si sono affermati nel corso degli anni e che hanno trovato un riconoscimento giuridico con la legge che istituisce il Terzo settore. Le Associazioni di volontariato, le imprese sociali, fermo restando regia e controllo in mano pubblica, devono sempre più integrarsi nell’organizzazione delle risposte ai vecchi e nuovi bisogni attraverso un coinvolgimento nella fase di progettazione. Il loro radicamento territoriale, la maggiore flessibilità organizzativa, la capacità di reperire risorse umane e finanziarie rappresentano uno strumento imprescindibile per recuperare quello spirito di appartenenza alla comunità del Servizio Sanitario Nazionale e rafforzare anche attraverso questa strada l’indispensabile coesione sociale, oggi fortemente a rischio.
Renzo Innocenti


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