“Sei vecchio” e Avati si dimette

Turbato dalle critiche legate alla sua età, il regista Pupi Avati si è dimesso dalla Commissione per Cinecittà alla quale era stato appena nominato. Ma la competenza è legata all’età anagrafica?

Pupi Avati

di Redazione | 6 febbraio 2018

Sono bastate 48 ore. Amareggiato dalle critiche ricevute dopo la nomina,  avuta dal ministro dei Beni Culturali, Franceschini, a componente della Commissione di esperti prevista dalla legge sul cinema per la concessione di contributi al settore, Pupi Avati ha rassegnato le sue dimissioni irrevocabili.

A scatenare la polemica il Fatto Quotidiano che titolava il pezzo sulla costituzione della nuova Commissione in modo sprezzante: “Per finanziare giovani registi, Franceschini nomina una Commissione con in media 70 anni d’età“. Il regista poi veniva descritto così: «79 anni compiuti, ultracattolico, una vita dietro la macchina da presa con svariati “capolavori” in carriera ma anche con un certo appannamento nei risultati, almeno nell’ultimo decennio».

A parte l’evidente vena polemica dettata dalla diversa posizione politica, Avati è vicino al centrodestra mentre il Fatto Quotidiano è espressione della sinistra, c’è nell’articolo e nel titolo una connotazione fortemente negativa verso le persone più in avanti con gli anni, come se l’età avanzata, anche in soggetti in salute, fosse di per sé una condizione negativa, di impedimento a svolgere una mansione, anche di tipo intellettuale.

È un pregiudizio largamente diffuso. Nasce dall’equiparazione lavoro-forza fisica, tipica di una concezione “produttivistica” della società che vede l’essere umano esclusivamente nella funzione di produttore. Un’idea che almeno sulla carta dovrebbe essere lontana mille miglia da chi si richiama ad una concezione di sinistra. Ma nella confusione ideologica oggi imperante tutto è possibile.  Non interessa comunque in questa sede confutare questo tipo di contraddizioni quanto contestare il principio che equipara la vecchiaia all’incapacità. Come se Clint Eastwood, tanto per fare un esempio restando in campo cinematografico, non fosse lì a dimostrarci, con i suoi 87 anni, quanto quel pregiudizio sia fallace.

Nel rassegnare le sue dimissioni Pupi Avati ha scritto “la barbarie nella quale stiamo precipitando fa sì che vantare un’esperienza sia assolutamente disdicevole… Mi spiace, non ho mai amato le risse e soprattutto non mi piace confrontarmi con questa nuova genia di giornalisti che non riesco ad apprezzare“. Anche se, aggiungiamo noi, hanno 40 anni di meno.

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