Quattro amici al bar

Un progetto basato sulla terapia conversazionale e sulle concezioni della pragmatica di Ludwig Wittgenstein, mirato all’interazione tra il paziente e il contesto che lo circonda e a quella tra i vari livelli del linguaggio. Si chiama “Quattro amici al bar” e punta a stimolare le capacità cognitive e relazionali dell’anziano.

terapia conversazionale

di Clarissa Petillo | 27 Dicembre 2018

In età geriatrica, oltre agli effetti provocati dal passare del tempo sulle strutture neuronali deputate a funzioni quali memoria, attenzione e linguaggio, e ai deficit cognitivi che possono essere provocati da patologie neurodegenerative o accidenti e malattie cerebrovascolari, esiste un deterioramento aggiunto provocato dall’interazione tra il paziente e l’ambiente.  Viene definito deterioramento reversibile  (Vigorelli, 2007) quella parte di disabilità che non dipende dal disturbo organico ma che può essere modificato dal modo di rapportarsi tra il paziente e l’ambiente circostante, in particolar modo fra paziente e caregivers.

Il progetto di Terapia conversazionale si fonda su quell’abilità linguistica che può interfacciare fra di loro i vari livelli del linguaggio e permetterci di comunicare e scambiare informazioni con il mondo esterno: la conversazione. La conversazione è infatti la massima espressione della pragmatica, ovvero quella competenza che ci permette di utilizzare il linguaggio in maniera corretta e coerente in relazione al contesto. Un funzionamento deficitario o anomalo della competenza pragmatica, reso manifesto in particolar modo attraverso una conversazione carente dal punto di vista qualitativo, può andare ad alterare il funzionamento globale dell’individuo, sia interazionale e sociocomunicativo, sia linguistico.

L’obiettivo del progetto «Quattro amici al bar» è instaurare tra operatore e gli ospiti della struttura una conversazione conversazionale (Vigorelli, 2007), ovvero una situazione di scambi di parole, più o meno lunghe, più o meno felici, nelle quali si impegnano due o più interlocutori, uno dei quali, che chiameremo conversante, si pone il problema del «come se ne esce». Il problema del «come se ne esce» va inteso nel senso delle tecniche conversazionali che il conversante esegue al fine di consentire al conversante stesso, all’interlocutore e alla conversazione, di uscire da una situazione di disagio durante lo scambio interazionale.

Il progetto si svolge in 10 incontri di gruppo, da svolgersi con cadenza bisettimanale, i cui membri, sempre gli stessi, vengono precedentemente definiti dagli operatori in base alle capacità cognitive e alle affinità caratteriali, in modo da rendere il gruppo il più omogeneo possibile. In ogni gruppo sono presenti due operatori formati in Terapia conversazionale (Logopedista e Animatore) e tre/quattro ospiti con capacità linguistiche e comunicative tali da rendere possibile lo scambio conversazionale.

La scelta del piccolo gruppo è data dal fatto che un contesto tale favorisce la motivazione, il mantenimento di una situazionenaturaletra pari e una varietà maggiore degli stimoli proponibili. Poiché le finalità di un trattamento di gruppo corrispondono alla promozione della comunicazione in senso globale e al miglioramento delle abilità linguistiche non solo sotto il punto di vista degli aspetti formali, ma anche funzionali, sfruttando proprio le dinamiche di gruppo, questo tipo di intervento ci è sembrato quello che più rispondeva alle esigenze di una Terapia conversazionale.

Fondamentali per lo svolgimento delle conversazioni sono poi la scelta di uno spazio adeguato, lontano da elementi distraenti, ed il fattore tempo: tutte le conversazioni “terapeutiche” hanno la durata di circa 30/45 minuti a causa delle limitate capacità attentive e della facile affaticabilità degli ospiti.

Ogni incontro è suddiviso in quattro parti:

  1. Saluti iniziali e terapia di riorientamento alla realtà (ROT)
  2. Conversazione su argomento precedentemente scelto dagli operatori
  3. Attività strutturata
  4. Saluti finali e riassunto di ciò che è stato fatto durante l’incontro

La terapia di riorientamento alla realtà ha come obiettivo principale quello di ridurre la tendenza all’isolamento, rafforzando informazioni relative alle coordinate spazio-temporali e personali e rendendo il soggetto ancora partecipe alle relazioni sociali e all’ambiente che lo circonda.

L’attività strutturata mira invece a stimolare una serie di sotto-processi necessari a programmare, mettere in atto e portare a termine con successo un comportamento finalizzato a uno scopo (Wellsh, Pennington, 1988), ovvero quelle funzioni definite Funzioni Esecutive. Sebbene in letteratura non sia stato raggiunto un accordo sul numero totale di FE, quelle a cui si fa maggior riferimento sono: l’attivazione e la regolazione dei processi attentivi, le capacità di astrazione e ragionamento, la programmazione di strategie per la risoluzione dei problemi (problem solving), la flessibilità cognitiva, l’inibizione, la pianificazione, la memoria di lavoro e la regolazione del comportamento. Le funzioni esecutive hanno il compito di controllare e coordinare il funzionamento del sistema cognitivo, svolgendo funzioni di programmazione e verifica dell’attività cognitiva (Surian, 2009).

Alla fine dei dieci incontri, i risultati attesi saranno:

  • Migliorare le interazioni e la qualità degli scambi comunicativi
  • Favorire una conversazione “felice
  • Favorire l’orientamento spazio/tempo/persona
  • Potenziare le abilità sottostanti le Funzioni Esecutive, quali memoria, attenzione, programmazione e problem solving.

Il presente progetto, ponendo al centro del proprio interesse l’abilità che ci permette di utilizzare il linguaggio in maniera corretta e coerente in relazione al contesto, si è fondato sulla concezione di pragmatica sostenuta da Wittgenstein (1953), che la considera non come un livello del linguaggio a sé stante, ma come una competenza linguistica che può interessare e interfacciare fra loro i vari livelli del linguaggio. Il lavoro svolto, pertanto, ha avuto come obiettivo principale quello di stimolare globalmente la funzione comunicativa, puntando all’efficacia della comunicazione stessa.

Laureata nel 2014 in Logopedia presso l'Università degli studi di Firenze con il massimo dei voti, la dottoressa Clarissa Petillo è attualmente iscritta al secondo anno della laurea magistrale in Scienze della riabilitazione del medesimo ateneo. Co-autrice del libro ''La valutazione delle abilità conversazionali'' (Bonomo ed. 2018), dopo un periodo di volontariato in Ecuador ha lavorato nel reparto di Riabilitazione intensiva dell'IFCA Ulivella e Glicini fino ad agosto 2016, dove ha affinato le sue conoscenze e competenze sui disturbi di voce, linguaggio, comunicazione e deglutizione nel paziente neurologico complesso di età adulta e geriatrica. Da settembre 2016 svolge la libera professione a Montecatini Terme e da giugno 2017 è collaboratrice del Centro socio-sanitario di Gavinana della Fondazione Turati.

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